LIBIA LIVE!
Dicembre/Gennaio 2005
[ By Sahara.it exclusive ]

L'emozionante tour della Libia raccontato da Agostina Petrogalli e fotografato da Edoardo Bauer, in collegamento tramite modem satellitare. Un viaggio davvero impegnativo che ha visto coinvolti numerosi veicoli off-road, tutti dotati delle originali tende per il tetto auto: ventitrè giorni, tremila chilometri in fuoristrada, fra dune ed avventura, oltre seimila chilometri di percorso.


Agostina Petrogalli, l'autrice del diario di bordo

13 gennaio 2005
Ecco il richiamo vittorioso di “piatti!” risuonare tra le dune ed il soddisfatto silenzio dei partecipanti impegnati a gustare le ottime farfalle al pesto. Tutto bene quel che finisce bene… Anche la nostra lunga avventura in Libia e’ terminata, e lo ha fatto nel migliore dei modi: prima di uscire dall’erg di Awbari, infatti, dopo aver percorso bellissimi passaggi fra le dune, ci siamo imbattuti in un piccolo laghetto che ci ha tolto definitivamente il fiato con lo splendore del colore delle sue acque e della vegetazione tutt’intorno.

E’ stato un viaggio davvero impegnativo: ventitre’ giorni, tremila chilometri in fuoristrada, oltre seimila chilometri in tutto. L’abbiamo vissuto e goduto intensamente, anche nei momenti piu’ faticosi, e questo grazie soprattutto alla perfetta organizzazione di chi l’ha pensato e studiato nei minimi particolari. Anche le farraginose burocrazie libica e tunisina ci hanno concesso una “tregua” e, nel complesso, non ci hanno creato particolari problemi: addirittura l’altra sera siamo usciti dalla Libia e rientrati in Tunisia in meno di due ore, con una corsia preferenziale e senza subire alcun controllo. Ecco, questo e’ l’ultimo report: domani ci imbarcheremo sulla Carthage e, inchalla, sabato saremo in Italia. Ringraziamo ancora tutti coloro che ci hanno seguiti leggendoci sul sito e coloro che ci hanno sostenuto mandandoci i numerosissimi messaggi.

Domenica 9 gennaio
Mentre una parte del gruppo decideva di dirigersi verso la città di Murzuck, ieri mattina siamo ripartiti da Waw Kebir in direzione di Sebha per consentire a Serena, Monica, Sandra ed Andrea di raggiungere Tripoli e, successivamente, rientrare anticipatamente in Italia (in un colpo solo abbiamo perso le due formidabili cuoche, il medico ed il simpaticissimo Andrea), ecco il "disastro": mentre percorrevamo una pista di "tole ondulee" devastante, improvvisamente la ruota anteriore sinistra di "Titty" (la guida locale) si staccava e sfrecciava sola soletta verso est, mentre la vettura atterrava impietosamente ad ovest, sui sassi, dopo averne "sbarbato a dovere" qualcuno; completava il quadro un rigagnolo d'olio che fuoriusciva dal mozzo. Ripresosi dall'atterraggio di fortuna, "Titty" recuperava nell'ordine: la ruota, il cuscinetto, alcuni ingranaggi ed una molla.

Malgrado lo scenario non apparisse dei migliori, nell'arco di dieci minuti Mauro Land indossava la mitica tuta rossa, sollevava la vettura con due binde e due crick e la metteva in tensione con verricello e strop; con il prezioso aiuto di Mauro Toy e Maurizio, cominciava poi il difficile compito della riparazione: il mozzo, infatti, si era sfilato ed il ponte, nell'impatto con i sassi, era arretrato. Dopo due ore di duro lavoro nella sabbia e nei sassi, ecco il "miracolo": Mauro Land concludeva con successo il giro di prova della vettura e, pur senza il freno sull'anteriore sinistra, Titty riprendeva regolarmente il cammino. Anzi, meglio di prima, considerato che, raggiunto l'asfalto, ci sorpassava a più di 100 Km/h.

Dopo una doccia calda in un hotel di Sebha ed il rifornimento di gasolio, questa mattina siamo ripartiti alla volta della regione dei laghi della ramla dei dewada, nell'erg di Awbari: percorsi una ventina di chilometri da Tekerkiba (dove abbiamo gustato un'ottima omelette con insalata) fra alte dune di sottilissima sabbia ocra e rosata (ci manca la Parker…), ecco comparire improvvisamente l'oasi ed il lago di Mandara. Uno spettacolo unico; anche chi ci e' gia stato rimane sempre incantato dalla visione della crosta salina e degli arbusti accerchiati da un mare di sabbia. D'impatto ancora maggiore il vicino lago di Oum el-Ma (la madre dell'acqua), con l'acqua verde che scorre tra le palme, i giunchi e la sabbia rosa.

Allontanatici a malincuore dai laghi, abbiamo fatto il campo fra le bellissime dune dell'erg di Awbari: appena giunti ci siamo seduti sulla sabbia, riparati dal vento, ad ammirare il tramonto di fronte a noi. E' l'ultimo campo ed abbiamo voluto "inspirare" il più possibile le sensazioni che ci offre questo luogo davvero unico per portarle un poco con noi, al ritorno. Per poi gustare l'ultimo "prosecco time" al tramonto, sdraiati sulla duna con le stuoie e protetti dal vento che soffia vigoroso.

Venerdì 7 gennaio
Dopo un centinaio di chilometri di pista "ammazza ammortizzatori" che ha messo a dura prova non solo la meccanica delle auto, ma anche la schiena dei loro occupanti, siamo giunti a Waw an Namus: dopo tanto "soffrire", ecco il paradiso che si e' aperto come una voragine davanti a noi. Un paradiso nel quale rischi di essere fisicamente inghiottito se, non conoscendone l'esistenza, continui a guidare sulla pista di sabbia che improvvisamente si fa grigia, e poi nera, sino a farti perdere la percezione dello spazio intorno a te. Sì, perché Waw an Namus e' un cratere vulcanico che inaspettatamente si apre immenso in questa distesa di sabbia nera: dall'alto la vista e' semplicemente mozzafiato; se avesse un artefice umano, bisognerebbe pensare che questa persona abbia riunito in un unico luogo i più bei sogni della propria vita: senza un ordine preciso nell'accostamento delle forme e dei colori, con quella sregolatezza che rende unico e sorprendente il risultato.

Un lago di colore verde intenso racchiuso in un fittissimo canneto giallo oro; un lago rosa circondato dalla sabbia e da un folto palmeto; un lago azzurro con il verde della vegetazione che lo protegge… e tutto racchiuso in questo cratere nel cui centro spunta un ulteriore cono vulcanico… Lasciate le auto sulla circonferenza superiore per non rovinare la pace di questo luogo, siamo scesi nella vallata affondando i piedi nella sabbia nera: ad ogni passo la prospettiva mutava, la luce metteva in risalto un particolare colore prima non notato. Anche il sole, spuntato ogni tanto dalle nuvole grigiastre, contribuiva continuamente a "cambiare la scena". Lo spettacolo ci ha persino fatto dimenticare lo sforzo nel risalire il pendio del cono vulcanico al centro del cratere, tutti alla ricerca dello scorcio migliore per scattare una fotografia. Un po' più difficoltosa, invece, la risalita del pendio principale del cratere, con qualcuno che invocava l’intervento del verricello…

Anche "Titty" (la guida locale) e' rimasto "basito", vedendo il luogo per la prima volta, anche se per scattare le fotografie ha pensato bene di scendere direttamente con l'auto nel cratere …
Ripartiti dal cratere, un piccolo guasto alla Land della nostra guida prontamente riparato dagli ottimi e generosi meccanici del gruppo, Maurizio e Mauro Land: semplicemente la rottura di un tubetto del gasolio che, aspirando aria, non consentiva al nostro di sobbalzare sulla pista con la consueta velocità ed abilità.

Questa sera "gran lusso": siamo infatti a Waw Kebir dove, contrariamente alle aspettative, possiamo godere di una doccia calda! Ecco un altro mito che cade: qualcuno ci e' persino rimasto male, ricordando i tempi in cui, giunto stanco ed affaticato dalla pista massacrante, l'"hotel" accoglieva i suoi ospiti con la mitica doccia gelata … E che dire poi delle camere ciascuna con moquette e divanetto?

Giovedì 6 gennaio 2005
Il vento e' calato, ma la giornata e' stata piuttosto fredda con il sole che e' sbucato dalle nuvole solo per alcuni brevi momenti. E' strano pensare al deserto senza il sole: eppure da quando siamo in Libia sono state numerose le giornate nelle quali il cielo si e' presentato carico di nuvole grigiastre; addirittura, ad un certo punto della giornata le nuvole si sono fatte così scure che pareva volesse piovere.

La prova che anche nel deserto si scatenano temporali come quelli che siamo abituati a vedere alle nostre latitudini l'abbiamo del resto toccata con mano in questi giorni quando abbiamo trovato sul nostro percorso dei bellissimi pezzi di folgorite: si tratta della sabbia colpita dal fulmine il cui silicio vetrifica nel terreno assumendo una forma conica irregolare, vuota al suo interno, di colore grigio-argento. Già ieri ne avevamo trovato dei bellissimi esemplari; oggi, mentre eravamo impegnati a liberare un'auto dalla sabbia molle che ogni tanto incombe insidiosa, ne abbiamo ritrovato uno di circa trenta centimetri di lunghezza e cinque di diametro! Davvero bellissimo!

Come bellissimi sono stati i paesaggi che abbiamo incontrato nei circa duecento chilometri percorsi oggi: maestosi cordoni di dune che la particolare luminosità della giornata rendeva bianchissimi, piccole formazioni rocciose di colore verde bottiglia che spuntavano improvvisamente dalla sabbia, piattoni di sabbia rosata ricoperti di pietrisco nero… E le tracce bianche dell'auto della nostra guida alla ricerca del passaggio migliore che ci riportavano alla realtà, dando forma all'indefinito che ci stava dinnanzi.

Sul nostro percorso abbiamo incontrato anche il relitto di un Mig dell'aviazione militare libica che, colpito dal fuoco dei mitragliatori ciadani, e' giunto in avaria sulle propaggini dell'erg di Rebiana, esplodendo in volo. Parlare di relitto e' in realtà improprio: ciò che rimane dell'aereo, infatti, sono migliaia di frammenti di varia grandezza e pezzi meccanici vari sparsi sul terreno nel raggio di un chilometro quadrato. Vi e' addirittura parte di uno dei motori a reazione e parte del tessuto del paracadute con il quale il pilota si e' lanciato, si dice salvandosi. Si presume che l'incidente sia accaduto non molti anni fa, probabilmente una quindicina, poiché l'identificazione dell'aereo e' ancora piuttosto chiara.

Concludo con una nota su "Titty", la guida locale: forse questa notte si e' collegato al sito di Sahara.it ed ha letto i lusinghieri apprezzamenti rivolti al suo modo di guidare; sta di fatto che oggi il nostro canarino giallo si e' insabbiato per ben tre volte in meno di cinque chilometri, dando prova anche in questa attività di saperci fare come noi … Solo l'intervento della spinta degli uomini del gruppo e dei mezzi (pale e piastre) ha consentito una rapida soluzione.

Mercoledì 5 gennaio
E' dalla notte scorsa che un vento molto forte spazza il deserto. Al nostro risveglio abbiamo davvero faticato ad uscire dalle tende e dalle auto, mentre il tendone verde e' stato indispensabile per ripararci e riscaldarci durante la colazione. Sì, perché anche la temperatura e' scesa di cinque-sei gradi rispetto ai giorni scorsi (del resto siamo risaliti verso nord ed abbiamo ripassato il tropico).
Il vento non ha accennato a diminuire nemmeno nel pomeriggio, ma ha almeno ripulito il cielo dalle nuvole scure che incombevano questa mattina. Era talmente difficoltoso restare all'aria aperta, che abbiamo dovuto consumare il pranzo ciascuno ermeticamente rinchiuso nella propria auto.

Ora ci siamo fermati a fare il campo in un posto dove sembra che la sabbia non si sollevi troppo: speriamo di poter consumare la cena tutti insieme!

A parte queste noie, il vento ci ha consentito di godere di un'altra giornata veramente unica: lo sfondo e' quello, già detto ieri, di una delle più belle ambientazioni da film, con dune estremamente lisce e pulite che il vento rende indefinite nella forma e nel colore. Tanto da non riuscire a distinguere dove il terreno e' piatto e dove, invece, curva e si incava. Si e' certi solo della sabbia perfetta i cui granelli rotolano dinnanzi a noi e cambiano di secondo in secondo il profilo dell'orizzonte.

Guidare su queste dune e' stato davvero divertente; pochi gli insabbiamenti, e tutti in zone di sabbia improvvisamente ed insidiosamente molle (con una vera "chicca" di Mauro Toy che ha scavalcato una duna a barcana in retromarcia!).

Una vera sorpresa e' stata la nostra guida locale che, insieme al poliziotto, sfreccia abilmente sulle dune (dote rara fra le guide locali) con un pick-up Toyota giallo-canarino stracarico di benzina e merce varia. Per il particolare colore della vettura, li chiamiamo tutti affettuosamente "Titty" (per intenderci, quello di "Gatto Silvestro")…

Dimenticavo: questa mattina siamo anche tornati all'oasi di Buzemah per cercare i graffiti segnalatici da Giancarlo Negro: la nostra ricerca e' stata premiata con il ritrovamento nello Jebel di varie raffigurazioni di animali e danzatori che ricordano "La Danza" di Matisse impressi sulla roccia, anche se alcuni di incerta datazione.

Ripresa la nostra direzione, ci siamo inoltre divertiti a curiosare sui diversi paleosuoli che abbiamo incontrato, dove abbiamo potuto vedere selci lavorate, amigdale grandissime e qualche mola.

Martedì 4 gennaio
La giornata di ieri e' stata interamente dedicata al trasferimento dal Jebel Awaynat a Kufra per il rifornimento di gasolio, acqua e viveri necessari per proseguire il nostro viaggio.

Da segnalare che sul nostro percorso abbiamo nuovamente incontrato la carovana di dromedari già vista all'andata, oltre ad un'altra carovana, anch'essa diretta a Kufra. Abbiamo inoltre incontrato più gruppi di camion ciadiani diretti nel Darfour stracarichi di merci e scortati dalla polizia doganale libica: erano fermi vicini alla pista principale ed avevano appena terminato di consumare il pasto costituito dalla metà di una capretta appena sgozzata, ripulita e cucinata sul fuoco acceso sulla sabbia. Le caprette legate sulla sommità del cassone già stracarico, infatti, non erano merce da vendere, ma il cibo necessario a questi uomini per poter compiere il lunghissimo viaggio che li attende (si pensi che la loro velocità media e' di 30 Km/h e che devono percorrere più di 500 Km).

Da notare che i camion erano puliti e forniti di tutto il necessario per il viaggio e che gli uomini sorseggiavano comodamente il the sdraiati su delle stuoie; the che ci hanno anche offerto, mentre cercavano di conversare con noi in un inglese stentato. Tra le cose che ci hanno più volte ripetuto e' che "Darfour is a good business…"
Anche i poliziotti della scorta erano particolarmente gentili e disponibili a rispondere alle nostre domande.

Giunti a Kufra verso le sette della sera (negli ultimi 10 Km della pista abbiamo infatti perso quasi un'ora a causa della sabbia estremamente molle e degli enormi solchi scavati dai camion) abbiamo provveduto ad acquistare i viveri nei negozietti vicini al decoroso hotel dove poi abbiamo pernottato. Da notare che, nonostante l'apparente inospitalità della città, i negozi erano ottimamente forniti (addirittura abbiamo visto su uno scaffale la pasta integrale "Misura") ed abbiamo potuto gustare un'ottima cena in un piccolo ristorante.

Non e' stato possibile rifornirci di gasolio poiché il gestore ci ha richiesto un non ben precisato "permesso di polizia". Cosi questa mattina, salutati Edo, Isabella ed il "piccolo fennech" e "Lone Land" e Lalla che rientrano anticipatamente in Italia accompagnati da uno dei poliziotti, ci siamo nuovamente recati al distributore con la guida locale e l'altro poliziotto e lì, finalmente, abbiamo potuto fare i rifornimenti (da notare che uno dei distributori di Kufra ne' ieri, ne' oggi aveva più gasolio).

Il nostro viaggio e' così ripreso alla volta dell'Erg di Rebiana, un deserto che e' un susseguirsi di cordoni di dune medio-alte, completamente privo di qualsivoglia vegetazione: insomma, un classico deserto "da manifesto pubblicitario", così bello che ad un certo punto sembrava che le nostre auto si muovessero su uno sfondo costruito per girare un film o scattare delle fotografie …

Il nostro campo di stasera e' proprio in questo scenario, reso ancora più suggestivo dal tramontare del sole: in questo momento mancano venti minuti alle sette della sera e la duna di fronte a me e' scurissima nella parte di sinistra mentre, proseguendo verso destra, e' via via più chiara, per terminare con una striscia arancione che si perde con il blu nel cielo.

Appena prima di arrivare in questo magnifico posto, abbiamo fatto una sosta all'oasi di Buzemah con il suo lago a forma di mezzaluna protetto dalla montagna di roccia nera ed il suo villaggio ormai disabitato. Quando arrivi dalle dune e vedi il lago con le verdeggianti palme pensi che sia uno dei "soliti" miraggi; quando affondi i piedi nell'acqua dopo aver sfidato la sabbia molle tutt'intorno ed i crostoni di sale, ti accorgi che e' tutto vero e ti rendi conto di quanto la natura sia imprevedibile. Molto bello anche il villaggio abbandonato, con la presenza di pitture e disegni su alcune delle pareti interne.

Domenica, 2 gennaio 2005
Partendo dal campo con vista sul Jebel Arkanu e percorrendo una pista di sabbia estremamente molle che ha messo ancora una volta in difficoltà le nostre vetture, a metà mattina siamo giunti al Jebel Awaynat. L'impatto visivo e' stato davvero sorprendente: si tratta infatti di un imponente massiccio montuoso che tutto ad un tratto spunta, azzurrino, dalla pianura di sabbia. E' formato da enormi rocce delle più diverse forme che si incastrano perfettamente le une nelle altre, ma che danno anche l'impressione di un'estrema precarietà con la paura che una frana si stacchi da un momento all'altro. Ed effettivamente sono ben evidenti in più punti gli esiti dei crolli e cedimenti.

Da segnalare, durante il percorso, l'incontro con una carovana di almeno un centinaio di dromedari accompagnati da cinque uomini sudanesi che si dirigevano a Kufra: molto probabilmente il destino della maggior parte di questi animali e' quello di essere venduti al mercato locale al fine di consentire ai loro proprietari l'acquisto di altre merci. I cammellieri, comunque, hanno accettato di buon grado di farci scattare fotografie agli animali e loro stessi si sono prestati a posare per noi. Per riconoscenza, abbiamo dato loro cibo e vestiti.

Da segnalare ancora che su tutta la pista, ed in particolar modo nelle vicinanze del Jebel Awaynat, vi sono innumerevoli carcasse di dromedari ormai quasi completamente decomposti; segno evidente, insieme alle numerosissime impronte impresse sulla sabbia, di un frequente ed ingente passaggio di questi animali.

Il nostro punto d'arrivo al Jebel Awaynat e' stato il posto di polizia di Ain Gazzel, un campo completamente isolato formato da baracche circondate da innumerevoli bidoni dipinti di bianco: qui la nostra guida ha chiesto ai militari presenti di poter proseguire fino ad Ain Doua per visitare la fonte, oltre che i graffiti e le pitture rupestri documentate dalle numerose spedizioni del secolo scorso. Dopo un primo momento di diffidenza, i militari hanno chiesto alla nostra guida di recarsi a Ain Doua per chiedere il permesso direttamente al capo della polizia. Nel frattempo ci hanno gentilmente invitati a visitare le fonti di acqua presenti a Ain Gazzel. Che sorpresa: per raggiungere le due fonti i militari ci hanno prima condotti nei labirintici cunicoli formati dalle enormi pietre del Jebel. Non senza difficoltà nella marcia, ci hanno poi ricondotti "in superficie" e ci hanno mostrato le fonti, distanti un'ora di cammino l'una dall'altra. Da notare che i militari erano estremamente preoccupati che tutti noi li seguissimo scrupolosamente, onde evitare di perderci nel Jebel.
Anche ad Ain Doua siamo stati accolti con disponibilità dai militari della locale stazione, come la precedente completamente isolata ma ancora più piccola. Gli stessi ci hanno mostrato la fonte, appena dietro il campo, e ci hanno offerto un bicchiere dell'acqua che ne sgorgava. Purtroppo non ci hanno consentito di proseguire oltre per cercare i graffiti e le pitture e nemmeno ci hanno dato indicazioni utili sulla loro collocazione.

Nonostante i militari ci abbiamo più volte invitati ad installare il campo presso di loro, abbiamo preferito tornare indietro e dirigerci verso il Karkur Ibrahim, dove abbiamo percorso lo wadi e le immense vallate al suo interno ricche di verdissime acacie. Era l'ora del tramonto ed i colori della sabbia, della vegetazione e delle rocce sono sbiaditi progressivamente lasciando un alone biancastro a ricoprire il tutto. E' stato dunque "d'obbligo" installare qui il campo per questa notte.

Da sottolineare che nei pressi del Karkur Ibrahim, precisamente all'Isolotto Marchesi, abbiamo trovato un accenno delle tanto ricercate pitture rupestri: sotto una volta formata dalla roccia erano infatti rappresentate delle figure umane, una giraffa ed un elefante, oltre ad altri soggetti non meglio identificabili.

Altre pitture sono appena state trovate da due del gruppo, Felice e Cristiano, vicinissime al campo di questa sera, all'interno di una piccola grotta scavata nella roccia: sono ben più evidenti di quelle viste all'Isolotto Marchesi e rappresentano giraffe e bovini nei colori del rosso, del giallo e del bianco.

Sabato 1° gennaio 2005
E per fortuna che Mauro Land ieri sera e' riuscito ad aprire il portellone della Land della guida! Ne e' infatti uscito ogni ben di dio in termini di viveri. Così abbiamo festeggiato l'ultimo dell'anno al "Chez Serena e Monica" gustando i manicaretti delle due formidabili cuoche che danno anche il nome al "locale": formidabili perché riescono in un batti baleno a preparare un aperitivo ed una cena degni di essere menzionati sulla guida Michelin (da non confondere con l'omonima marca di pneumatici, oggetto di spasmodica ricerca in questo viaggio) e, soprattutto, lo fanno nel deserto e per ben ventisette persone! I grandi cuochi hanno a disposizione cucine tecnologiche e lavoranti in quantità: le due donne, invece, con il solo ausilio delle altre partecipanti del gruppo per la preparazione dell'aperitivo (me esclusa, imboscata a scrivere il report per voi) lavorano senza sosta all'interno di una tendina che le protegge dal vento e senza l’ausilio di nessuna delle tecnologie che invece abbondano sulle vetture: non un computer dal quale estrarre la ricetta della sera, non un elettrodomestico che aiuti le loro deboli braccia nella preparazione di cibi… Per la difficoltà nel compimento della fatica giornaliera, una delle due ha addirittura perso completamente la voce (subito supportata dal medico e dai paramedici invitati dal gruppo preoccupato di perdere tanto melodiosa musica via CB).

E ieri sera hanno davvero superato loro stesse: dopo un aperitivo a base di tartine con salmone (che finezza lo spicchietto di limone!), con acciughe e con salsa primavera (non so se si chiama così, ma e' quella salsina fatta con la maionese e le verdure primavera) innaffiate dall’immancabile prosecco, ecco il clou: come primo piatto gnocchi con sugo di carciofi mantecati su un letto di parmigiano reggiano e scaglie di formaggio; per poi passare a: cotechino del triveneto cotto in acqua padovana di fonte accompagnato da crauti filanti crucchissimi e stinco di maiale con lenticchie a scelta portafortuna – portasoldi – portasalute.

Per concludere le cuoche hanno servito del pandoro veronese con pioggia di zucchero a velo, panettone milanese (il pa’ de Tone, Cinzia docet) con abbondante copertura di canditi siciliani e torrone cremonese morbido e duro (… in mancanza del "bruto cirenaico" che sembra latitante, ma questa e' un'altra storia che, se passerà la feroce censura della guida, forse vi racconterò in un’altra occasione). Il tutto innaffiato da abbondante spumante di origine italiana, brut e dolce.
Cosa ve ne pare? E pensare che si tratta di un viaggio esplorativo in regime di sopravvivenza …

Ora basta con tutte queste leccornie che vi faranno crepare d'invidia, quanto i 30 gradi centigradi che abbiamo raggiunto oggi e che ci hanno costretti a restare in maglietta e pantaloncini (ad eccezione del simpatico Riccardino, che viaggiava in mutande, maglietta e piedi scalzi …).

Oggi, senza la presenza della nostra guida libica e dei poliziotti (oltre che senza i passaporti, consegnati alla guida: sembra che serva il permesso di Awaynat …), abbiamo percorso la pista che da Kufra porta ai Jebel Arkanu e Awaynat: un sabbione veramente molle con enormi solchi provocati dal passaggio dei camion che si recano in Sudan. Le nostre vetture hanno dovuto faticare non poco per non insabbiarsi e per evitare di lasciare in terra libica il differenziale anteriore. Malgrado queste difficoltà la nostra guida (quella formidabile dei reports scorsi) sfrecciava indisturbata sobbalzando ogni tanto qua e là: fino a quando il suddetto e’ stato visto prendere a mazzate i cerchi delle ruote anteriore e posteriore destra che avevano osato piegarsi (con conseguente sgonfiaggio degli pneumatici) dopo l’impatto con uno dei sassi presenti sulla pista …

Ma e' tutto bene ciò che finisce bene: i cerchi reagivano positivamente alle mazzate e si ripartiva per fare campo tra le dune con vista sul Jebel Arkenu.

Da sottolineare che a metà circa della pista abbiamo incontrato un posto fisso di polizia che non ci ha creato alcun genere di problema. Sotto uno dei piccoli hangar abbiamo inoltre notato la presenza di una gru che immaginiamo sia impiegata per aiutare i veicoli in difficoltà nel sabbione.

Venerdì 31 dicembre 2004
Anche questa sera la nostra guida ha superato ogni nostra aspettativa: ci ha infatti condotti a fare il campo dell'ultimo dell’anno sotto un "montarozzo" di pietra nera molto suggestivo.
E pensare che le premesse non facevano sperare niente di buono: essendo infatti arrivati a Kufra nel primo pomeriggio di oggi, venerdì, giorno di preghiera, in città non si vedeva anima viva. Quasi tutti i negozi avevano i battenti chiusi e la nostra ricerca di pneumatici e' durata per un paio d'ore. Solo dopo le quattro pomeridiane siamo riusciti a trovare le gomme ed abbiamo fatto rifornimento di frutta e verdura fresche e di pane. Nel frattempo avevamo preso possesso del piazzale di un distributore dove, dopo aver riempito i nostri serbatoi di acqua e gasolio, abbiamo approfittato della presenza di un tubo di gomma per l'acqua per lavarci all'aperto (oggi abbiamo raggiunto più di venti gradi centigradi!).

Fortunatamente la polizia non ci ha bloccato per compiere alcuna formalità: non hanno voluto ne’ fotografie, ne' passaporti ed anzi ci hanno aiutato per i nostri acquisti. Così, mentre il sole tramontava, abbiamo potuto lasciare liberamente la città e raggiungere questo bellissimo luogo.

C'e' poi un piccolo particolare che da' un tocco di suspence alla nostra serata: mentre scrivo, infatti, tutti sono indaffarati a cercare di aprire il portellone della Land della guida che, inspiegabilmente, e' bloccato. Il problema sarebbe quasi trascurabile (per noi) se non fosse che all'interno della vettura ci sono tutti i viveri per stasera (e per i prossimi giorni): ragion per cui c'e' che ha tirato fuori il piede di porco per scardinarla, chi ha proposto di sbullonarla, chi ha pensato di fare un buco nella carrozzeria per raggiungere il cibo … Che sia invece una trovata della nostra insuperabile guida per impegnare le ore fino alla mezzanotte? Se fosse così, dobbiamo riconoscere che anche in questo e' piuttosto originale …

Un urlo di gioia proprio in questo momento mi fa pensare che gli uomini abbiano in qualche modo avuto la meglio sul portellone, anche se non riesco a vedere quale delle alternative sia stata prescelta … anzi mi dicono in diretta che Mauro Land ha semplicemente "fatto scattare la serratura" … quando si dice la tecnologia!

Concludo facendovi venire la solita dose di invidia giornaliera: questa mattina abbiamo infatti solcato delle dune di una bellezza impareggiabile, "onde lunghe" nelle quali ci siamo letteralmente persi; poi, ancora, ci siamo immersi in un paesaggio simile a quello del Tassili algerino. Per finire su una piana sconfinata dove abbiamo raggiunto i 100 Km/h. Ci sembrava così tanto di volare, che alcuni di noi hanno anche dimenticato che le Toyota e le Land non vanno ad aria, nemmeno quella compressa della tecnologia che ci portiamo appresso: praticamente quasi tutti sono rimasti a secco di gasolio (vi ricordate quando nel primo report dicevo che consumavano più del previsto e che avevamo fatto male i conti dell'autonomia?). Così, a ben dodici chilometri da Kufra, le auto "più dotate" (naturalmente dei Toyota) hanno portato i soccorsi…

A proposito: nella tarda mattinata abbiamo anche raggiunto il cratere "Oasis", formatosi più di ventotto milioni di anni fa per la caduta di una cometa: l'aspetto e' quello di un enorme incavo di forma circolare. E' stato oggetto di particolare studio anche perché collegato al ritrovamento, a circa cento chilometri di distanza, del misterioso vetro verde del deserto libico: si pensa, infatti, che la cometa, ben prima di cadere, si sia incendiata ed abbia fuso la sabbia del deserto.

Giovedì 30 dicembre 2004
Questa mattina, al risveglio, la sorpresa di un cielo terso ed azzurro che ci mancava da quando siamo sbarcati a Tunisi. Poco vento ed una temperatura che via via e' andata aumentando; tanto che per la cena di stasera abbiamo deciso di non montare il tendone e di godere "a vista" di questo magnifico luogo. Sì perché ci troviamo 200 Km prima di Kufra in una valletta di sabbia chiara circondata tutto intorno da formazioni rocciose nerastre che, illuminate dalle stelle e dalla luna, creano un ambiente davvero speciale (per gli addetti, il luogo ricorda il miglior Tassili).

Vi siamo giunti subito prima del tramonto e non abbiamo potuto fare a meno di ammirarne per alcuni minuti lo spettacolo: alcuni di noi si sono fermati sulle alture per godere al meglio del momento in cui il sole, velocissimo, e' calato disegnando sulle rocce forme colorate dal giallo tenue all’arancio vivo. Anche se tutti noi abbiamo fotografato questa meraviglia, siamo sicuri che l'immagine non ci potrà mai dare le stesse emozioni che abbiamo vissuto "in diretta". La meraviglia di stasera ci ripaga della fatica provata percorrendo la lunga pista di sabbia e sassi che ha messo a dura prova gli pneumatici e gli ammortizzatori delle nostre auto, oltre che i loro occupanti. "Lone Land", ormai dimenticato il principio di incendio della copertura del cofano, ha squarciato ben due gomme, cosicché e' stato costretto a ricorrere al prestito da un altro Land.

Da segnalare i relitti aerei che abbiamo incontrato anche oggi sul nostro percorso: il primo conosciuto e' quello del "Lady Be Good" ("Madonna sii buona"), il bombardiere americano Liberator B24 partito da Bengasi il 4 aprile 1943 per una missione di bombardamento sul porto di Napoli assieme ad altri 24 aerei e mai giuntovi per un guasto meccanico. Si presume che i motori dell'aereo, così come quelli di altri 13 velivoli su 24, abbiano aspirato sabbia al momento del decollo e che siano stati costretti a rientrare alla base di Bengasi. Luogo in cui, tuttavia, il "Lady Be Good" non e' mai giunto, atterrato appunto in questo deserto dopo che il suo equipaggio, credendo di trovarsi sopra il mare, indossati i salvagente ed i paracadute, si era lanciato. Tutti e nove i membri morirono: uno ancora al momento del lancio, gli altri successivamente per la carenza di acqua e cibo mentre cercavano di uscire dal deserto. E pensare che l'aereo, semplicemente spanciato sulla sabbia, oltre che ai viveri ed all’acqua, conteneva ancora la radio perfettamente funzionante… Sul luogo in cui il relitto e' stato ritrovato (alla fine del 1958) e' stata posta un’asta sulla quale svetta la sagoma del Liberator B24.

Il secondo relitto ritrovato e' stata una vera sorpresa: non e' infatti menzionato in alcuna pubblicazione e la nostra guida aveva avuto un'indicazione da Michele Soffiantini circa la sua esistenza, ma nessuna informazione in merito alla provenienza, alle cause del disastro ed alla data di ritrovamento. Si tratta di un Dakota presumibilmente degli anni '40 perfettamente conservato: sulla carlinga si nota ancora chiaramente la scritta "UNITED ARAB REPUBLIC – AIR FORCE". Il carrello e' abbassato, le ruote ancora conficcate nella sabbia, come anche le ali. La carlinga ha i vetri tutti rotti ma e' ancora intatta: si può accedere all'interno della cabina di pilotaggio e del posto passeggeri: qui vi sono ancora i sedili, anche se rotti e imbrattati con scritte e disegni in arabo che compaiono anche all'esterno dell'aereo.

Ad oggi l'aereo non porta significativi segni di cannibalizzazioni, elemento che fa presumere che la sua esistenza sia ancora sconosciuta ai più.
Essendo quasi pronta la cena, concludo. Domani raggiungeremo Kufra per ripristinare la dotazione di copertoni andati distrutti (a tutto beneficio dei gommisti locali) e per rifornirci di gasolio, viveri e acqua: ci aspetta, infatti, un ultimo dell'anno sulle dune. Il nostro vate, S., ci ha infatti promesso un luogo ancor più incantevole di quello di stasera: stentiamo ad immaginarlo, ma sappiamo anche che S. ha mille risorse…

Mercoledì 29 Dicembre 2004
Per tutta la notte scorsa e sino al primo pomeriggio di oggi un vento piuttosto forte ha spazzato il Grande Mare di Sabbia; complici le nuvole, il paesaggio sembrava lunare: tutto intorno le dune erano bianche e la sabbia che si sollevava creava un effetto simile a quello della nebbia che rende tutto indefinito. Anche se lo spettacolo era unico nella sua bellezza, questo ha creato qualche difficoltà nella navigazione: il non poter distinguere chiaramente le dune dinnanzi a noi, i canaloni, gli ostacoli insidiosi del percorso, ha richiesto un'attenzione alla guida ancora maggiore.

In ogni caso la nostra guida, S. ha dato prova, come sempre, di grande abilità e ci ha consentito di godere della grandezza e delle particolarità di questo deserto: nonostante gli insabbiamenti che hanno un poco rallentato la nostra marcia (risoltisi presto mediante lo sgonfiaggio dei pneumatici), guidare "sui dorsi della balene" e "cavalcare le onde" di questo mare (che meglio andrebbe definito oceano) è stato davvero emozionante: un continuo "su e giù" tra sabbia per un tratto dura e poi, improvvisamente, tanto molle da farci affondare.

Verso mezzogiorno abbiamo anche raggiunto i resti del "Gobbo Volante", il relitto del S79 della 278ª squadra aerosilurante partito da Bengasi il 21 aprile 1941 per una azione di siluramento contro un convoglio inglese a sud-ovest di Creta ed inspiegabilmente atterrato nel pieno deserto libico a circa 400 Km dalla partenza. Ancora non è chiaro cosa ci facesse l'aereo in questa zona: si ipotizza che si trovasse lì per un errore del pilota o per un guasto al sistema di navigazione. In ogni caso il 21 luglio 1960 una squadra di lavoro della società CORI, Compagnia Ricerche Idrocarburi, del gruppo ENI, rinvenne a pochi chilometri dalla pista Jalu-Giarabub i poveri resti di un aviatore italiano (individuato successivamente nell’aviere Giovanni Romanici), una bussola, un binocolo, una borraccia, due orologi, una pistola lanciarazzi ed un bossolo di cartuccia. Solo il 5 ottobre di quello stesso anno, gli uomini di una squadra di lavoro rinvennero il relitto del S79 a circa 90 Km a sud rispetto al punto in cui fu rinvenuto il corpo. Il relitto si trovava in buone condizioni: nonostante i venti anni trascorsi nel deserto appariva lucido, come nuovo, anche se la tela era stata consumata dal ghibli.

Oggi, ai nostri occhi, del relitto non è rimasto altro che uno scheletro metallico della carlinga e qualche altro pezzo nelle immediate vicinanze. Le cannibalizzazioni messe in atto nel tempo ci hanno lasciato solo questo. E' comunque coinvolgente vederne i resti e pensare allo stato d'animo dell'equipaggio quando, riuniti accanto al velivolo non più funzionante, hanno deciso di intraprendere la loro fatale marcia in quello che, per loro, era diventato un inferno di sabbia.

Nel pomeriggio siamo usciti dal Grande Mare di Sabbia: siamo ora nella grande piana a sud, a circa 50 Km dal "Lady Be Good" (altro relitto aereo di cui vi riferiremo domani). In questa sterminata piana abbiamo raggiunto velocità intorno ai 100 Km/h, frenati solo da cunette di sabbia scura che fanno "saltare la macchina". Da segnalare che, appena prima di fermarci per il campo, ad una delle vetture (la Land di Lone Land) si è incendiato l'inutile rivestimento fono-assorbente del cofano motore: tutto si è comunque risolto nel migliore dei modi (abbiamo dato un taglio netto al rivestimento!).

Mentre scrivo questo report, le donne del gruppo sono indaffarate a preparare la cena. L'aperitivo, invece, è già stato piacevolmente consumato. Fortunatamente questa sera non ci sono ne' copertoni da riparare, ne' lavori meccanici da effettuare: e ciò nonostante l'asperità del percorso.

Nel buio si vedono, però, le auto illuminate dagli schermi dei computer: sono gli uomini del gruppo indaffarati nello scrutare tracce e mappe di ogni genere (sicuramente in questo viaggio abbiamo più computer che fornelli!).

Martedì 28 Dicembre
Nel primo pomeriggio abbiamo finalmente raggiunto "The Great Sand Sea", il Grande Mare di Sabbia. Per ora nessuna difficoltà nel percorso; da segnalare, però, un consumo di carburante decisamente maggiore rispetto a quanto preventivato per la presenza di un terreno difficile e di sabbia molle. Quest'ultima ha anche provocato i primi inevitabili insabbiamenti, tutti comunque superati con rapidità ed abilità. Lungo il percorso ci siamo imbattuti in uno strano affioramento geologico costituito da una striscia regolare larga circa 3 metri per 800 m, apparentemente costituito da asfalto grezzo. Raccolto un campione.

Da segnalare ancora le numerose forature che ci hanno costretto, anche stasera, ad effettuare la riparazione dei pneumatici tra l'aperitivo e la cena. Nel corso di queste riparazioni, sono state effettuate delle autentiche opere di sartoria (ricucitura di copertoni all’"africana")

Anche questa sera la temperatura e' decisamente buona, non c'e' vento e stiamo preparandoci per gustare la cena.

Lunedì 27 Dicembre
Nonostante il ritardo nella partenza, la Chartage è arrivata al porto di Tunisi verso le 10 del mattino della vigilia di Natale. Anche le formalità di dogana si sono svolte celermente, tanto che le prime auto sono riuscite a partire alla volta di Ben-Guerdane poco dopo mezzogiorno. A conferma dei controlli che i doganieri tunisini stanno ormai da tempo mettendo in atto alla ricerca di GPS, CB e computer, ad alcuni di noi sono stati "sequestrati", piombati e poi riconsegnati questi apparati. E questo ha comportato dei piccoli ritardi nella partenza.

Abbiamo comunque raggiunto Ben-Guerdane nelle prime ore della sera; lì abbiamo fatto campo e siamo stati raggiunti dagli ultimi due del gruppo alle 06.00 del mattino successivo. Alle 8.00 circa ci siamo presentati per le formalità doganali. Alle 11.00 circa abbiamo lasciato la frontiera con i carnet per i veicoli ed i GPS spiombati; solo cinque di noi, sprovvisti del visto libico, hanno dovuto attendere sino a sera (perché giorno festivo) per ottenerlo lì direttamente, previa consegna del documento di autorizzazione originale recapitato personalmente dal titolare dell'agenzia di Tripoli. Questo conferma la possibilità di ottenere il visto in frontiera, richiesta da effettuare prudentemente almeno dieci giorni prima dell'arrivo all'agenzia libica.

Ieri mattina veloce visita alla bellissima e maestosa città imperiale di Leptis Magna e poi partenza alle 12.00 verso il sud-est con sosta notturna 50 Km dopo Sirte.

La tappa di oggi ci ha consentito di arrivare finalmente al deserto: stiamo facendo campo a circa 50 Km da Jalu dopo aver fatto rifornimento di viveri, gasolio ed acqua nella cittadina di Ajabjia

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