| TORINOILHA
Reportage di Stefano Pesarelli e Francesca Guazzo
[ ©Torinoilha.net ]
Questa è la presentazione di un viaggio che è iniziato a Torino nel luglio 2004, che ci ha portato via mare dall'altra parte del mediterraneo fino a Tunisi e che è proseguito in auto (Fiat Campagnola AR76, attrezzata con la tenda da tetto Overland) attraversando Libia, Egitto ed il Sudan, alla volta di Etiopia, Kenia, Tanzania e Mozambico.
Imponenti scenari naturali, popoli, infinite savane e animali hanno caratterizzato la traversata africana che è stata l'occasione, a Ilha de Mocambique, di una tesi di laurea in architettura per la tutela dei valori storico-ambientali, l'analisi dello stato di conservazione degli edifici e l'eventuale riqualificazione di una porzione di territorio dell'isola.
Ci ha aiutato a capire le prospettive di un continente dalle difficolta' vaste quanto i suoi orizzonti.

Gallabat (Sudan) - 4 agosto
Giornata umida, piovosa, ci svegliamo presto, la campagnola non è comodissima, la strada è gia’ battuta soprattutto da camionisti diretti in Ethiopia, tir Fiat carichi di tutto, partiamo per Qadarif, l’asfalto è buono ma non si riesce a correre troppo, ogni tanto qualche buca rende la guida pericolosa, 70 km/h la nostra velocita’ di crociera. A Qadarif finisce l’asfalto, e per qualche Km. anche la strada, nessuno sa indicarci quella per la frontiera e ci ritroviamo nel fango, solo un posto di blocco, dove, come sempre, ci registriamo e capiamo che siamo nella direzione giusta. Davanti a noi la strada, dritta, larga, infinita e rossa di una terra che esiste solo in questo continente, ci invita a raggiungere l’orizzonte, ai lati il verde, interminabili prati accompagnano il nostro sguardo, la sensazione è forte, stavolta stiamo entrando in AFRICA, abbiamo dovuto aspettare, ma ora ogni sofferenza è dimenticata, ripagata, entriamo in un altro mondo e malgrado la stanchezza siamo felici, impossibile da spiegare.
200 Km. alla frontiera e poi l’Ethiopia, abbiamo fame, una donna con la sua povera cucina offre acqua ed un piatto caldo, l’ideale per noi, il luogo è sperduto, ma il cibo ottimo, pane arabo, acqua fresca ed un piatto unico di carne e patate, aggiungo come al solito sale e limone ed il pranzo è servito, davanti a noi il nulla, dietro solo ricordi, siamo cosi’ rilassati che scattiamo qualche foto, prima non ci siam riusciti, troppo impegnati a “sopravvivere”. Il termometro segna 28°C, una temperatura umana, durante la giornata non piove quasi mai, solo nella notte o al mattino presto, il percorso non è ancora impraticabile, potrebbe diventarlo, non è brutto, richiede comunque molta attenzione.
Viaggiamo in silenzio, fuori è talmente impagabile che ci conquista, rapisce tutte le emozioni, i Km. volano e in un attimo arriviamo al confine, non ci sembra vero, la speranza è di dormire a Gonder, 2500 mt. di altezza, gia’ ci gustiamo il freddo ed un buon posto dove dormire, lo meritiamo e stasera, forse, saremo ospiti del miglior albergo dell’Ethiopia, viviamo un sogno.
Sbrighiamo le formalita’ sudanesi, qui ha piovuto molto e il fango è ovunque, quasi impossibile parcheggiare la macchina al bordo strada, la dogana e gli uffici dell’immigrazione sono a pochi metri, ma servono passerelle di legno per camminare, è tutto una pozzanghera di fango rosso, scuro e cosi’ argilloso che ad ogni passo sollevare la gamba significa alzarla con 2 Kg di fango attaccati sotto le scarpe, i sandali non sono proprio il massimo, ma ormai siam cosi’ lerci che non val la pena cambiarsi. Ogni timbro al suo posto, lasciamo frontiera e terra di nessuno, diretti all’immigrazione etiope, i soliti ragazzini ci accompagnano in cerca di una mancia.
La dogana è una capanna di legno e fango, all’interno una scrivania e tre sedie, l’accoglienza è ottima, il funzionario apre i nostri passaporti, cerca il visto di entrata, non c’è. Ci chiede dove è il visto, rispondiamo di non averlo, che è nostra intenzione farlo qui, impossibile, si puo’ ottenere solo a Khartoum. Il colpo è forte, rimaniamo in piedi impietriti, non ci crediamo, convinti di poterlo fare alla frontiera chiediamo di poter parlare con un suo superiore, veniamo accontentati. A muso duro la risposta è: “voi avete due possibilita’, o tornare a Khartoum all’ambasciata o provate a telefonare alla vostra ambasciata, la conversazione è chiusa, buonanotte!!!!!” Increduli, sbigottiti ci rendiamo conto di non poter piu’ colloquiare, a niente è servito chiedere un aiuto, a niente insistere per un poliziotto a bordo, a niente provare a litigare o offrire una mancia. Niente da fare, incazzati neri ritorniamo in macchina, è quasi buio, inizia a piovere. Percorriamo di nuovo la terra di nessuno, il problema è serio, siamo usciti dal Sudan e non possiamo entrare in Ethiopia, dobbiamo rientrare in Sudan, ma i visti son scaduti, i timbri eseguiti e non abbiamo altro che supplicare anche alla frontiera sudanese un escamotage per il rientro, fortunatamente cancellano i timbri sul passaporto e ci prolungano l’entrata, una piccola fortuna ma essenziale per non rimanere bloccati per giorni e giorni.
Troviamo un telefono, la linea cade ogni secondo, proviamo a telefonare all’ambasciata italiana ad Addis Abeba, nessuno risponde, abbiamo anche un numero d’emergenza, un cellulare, anche questo è spento. Allora telefoniamo all’ambasciata italiana a Khartoum, anche se il problema non è di loro competenza, ci aiutano, le telefonate non si contano piu’, la linea cade, poi è occupata, piove, le zanzare non ci lasciano in pace, intorno a noi solo camionisti coi loro tir infangati. Il verdetto dell’ambasciata è: rientrate a Khartoum.
Yabelo-Moyale - 18 agosto
Lasciare questo luogo è difficile, i panorami, il lago ed i coccodrilli spettacolari, ma un viaggio è fatto di diverse tappe e dobbiam arrivare a Yabelo, ricongiungerci alla strada che collega il sud, che arriva fino in Kenya. 300 km nel nulla, di fronte solo la terra rossa, dietro un polverone, ai lati l’Africa. Il paesaggio non è dei piu’ verdi, spiccano i termitai a volte anche alti 3 metri, ve ne sono di infiniti, ognuno con la propria forma, quasi tutti dello stesso colore, il rosso. La guida è fatta di concentrazione, ogni dosso, ogni pietra, ogni buca potrebbe riservare strane sorprese. Arriviamo a Yabelo nel tardo pomeriggio, non c’è niente. Solo un piccolo hotel, crocevia di viaggiatori, chi diretto nella valle dell’OMO, chi a nord, chi come noi in Kenya. I fuoristrada son tutti impolverati, tutti parcheggiati in fila, qualcuno col cofano aperto per un controllo, qualcun altro che fa rifornimento o sostituisce una gomma. Le camere spartane la cucina pessima. La notte scorre velocemente, senza acqua per la doccia dobbiam lavarci con la nostra doccia portatile. Ripartiamo per il confine, l’idea è quella di fermarsi a “el sod” un cratere con al fondo un lago nero, salato, dove il sale viene estratto a mano e poi caricato sugli asini che risalendo le ripide sponde sotto il sole cocente lo portano sulla strada. Vecchio commercio fatto di antiche gesta che si ripetono da millenni, il pensiero a casa dove è tutto cosi’ normale, scendere a comprare un pacco di sale o aprire il rubinetto e far scorrere acqua potabile, ma qui non è cosi’.
La deviazione non la troviamo, non c’è nessuno a cui chiedere , risultato perdiamo il cratere e la nostra escursione. Arriviamo a Moyale, sul confine e ci sistemiamo al solito Bekele Mola, una catena di piccoli hotel statali, sparsi per tutta l’ethiopia. Lasciamo Nadia e Francesca a cucinare nella veranda delle camere ed io e Fabio andiamo in dogana per capire quali, come e quando bisogna sbrigare le formalita’. All’ufficio immigrazione, controllano i passaporti. Problema: il mio viene giudicato falso. Alla domanda quale problema ha il passaporto, rispondo incazzato che non ha alcun problema, mi viene replicato perche’ è un po’ sbiadito, rispondo sempre piu’ alterato che arriviamo dall’Italia in macchina e un po l’umidita’, un po’ il calore l’avran fatto sbiadire. Non c’è verso per loro è falso. Da una semplice richiesta di informazioni siamo in un gran casino. Mio fratello corre a chiamare il resto del gruppo ed io lo passo seduto di fronte a 3 poliziotti che controllano la mia faccia con quelle di tutti i ricercati internazionali. All’arrivo degli altri sono ancora li ad aspettare, controllano i passaporti di tutti, chiaramente tutto in regola, vengono timbrati, tranne il mio. Ci vorra’ un’oretta per il mio timbro e senza troppa convinzione.
Forse volevano dei soldi, forse… chissa’!!!
Ceniamo al buio, in veranda, la sveglia è per le 7 domani ci son 250 km, tra i piu’ difficili del viaggio.
Tsavo National Park - 24 agosto
Colazione, carichiamo la macchina e siamo dinuovo sulla strada, Giacomo ci passa a salutare per un ultimo augurio, che piacere.
Direzione Tsavo, la strada è ottima, arriviamo al gate dopo 3 ore. Entriamo non senza discussioni con il ranger che ci chiede la “card” per entrare. Chiaramente non l’abbiamo, ci vorrebbe rimandare a Nairobi o all’altro gate per farla. Mezz’ora di telefonate e messaggi via radio, paghiamo e siam dentro. Mentre guido, mi affiora alla mente la storia del parco, fatta di ranger del KWS (Kenya Wildlife Service) da una parte e di bracconieri dall’altra negli anni bui dove l’avorio degli elefanti valeva uno sterminio. Una guerra vera e propria per salvare Elefanti e Rinoceronti. Poi mi viene in mente la piu’ sinistra di tutte, i famosi mangiatori di uomini dello Tsavo, due leoni che a cavallo del secolo fermarono i lavori di costruzione della ferrovia attaccando gli operai indiani che stavano costruendo un ponte sul fiume Tsavo. Ogni notte prendevano di mira una tenda diversa e alla fine le vittime furono 28, anche se la cifra ufficiosa era ben superiore. Penso ad un detto Masai: il giorno è per gli uomini, ma la notte per gli animali selvaggi.
Siamo diretti al NGULIA Lodge, la strada fa un tornante e sale per uno sperone dietro il Kichwa Tembo, scrutiamo la piana, tra i cespugli, zebre e giraffe ci accompagnano, qualche elefante e tanti dik dik, quando arriviamo la luce dorata del tramonto si riflette sull’albergo. Dalla veranda si vede tutta la distesa verso Nord e verso Est. E’ un posto meraviglioso.
Davanti al terrazzo un tronco con della carne appesa, è per il leopardo, serve per permettere ai turisti di fotografarlo, che schifo non ne capisco il senso ed il divertimento, ma qualcuno si, visto che prepara flash e cavalletti. Per noi invece cena e notte. Ci svegliano alle 3.00 colpendo le porte a pugni, il leopardo è arrivato, è sull’albero, sento un gran trambusto, tutti fuori. Mi giro dall’altra parte deluso, non ho mai visto un leopardo, ma preferisco sognarlo che vederlo cosi’. Mi riaddormento pensando ai cacciatori Waliangulo, che han sempre abitato queste terre, con i loro potenti archi dalle frecce avvelenate cacciavano gli elefanti da millenni, poi è arrivato l’uomo bianco con i fucili, per commerciare l’avorio e in pochi anni l’ecosistema si è quasi distrutto. Si è vietata la caccia per tutti, anche per i waliangulo. Tante assurdita’ come queste come la carne per il leopardo, mi riaddormento.
Davanti ad un buon caffe’, ci godiamo il panorama, immenso, lo sguardo non arrivera’ mai fino ai confini del parco, un incanto per i nostri occhi. Tutta la giornata in giro, su queste strade per avvistare rinoceronti, leoni, non basterebbe tutta la pagina per elencare la quantita’ di animali che vivono allo Tsavo. Siamo arrivati alle sorgenti dello Tsavo, quest’acqua giunge e tiene viva Mombasa, sulla costa dell’oceano indiano. Qui l’acqua è pura, ghiacciata, trasparente eppure vivono coccodrilli e ippopotami che vediamo dormire tranquillamente sulle rive.
Come sempre nelle zone equatoriali il tramonto è rapido e l’oscurita’ scende in fretta, rientriamo al lodge, stanco mi siedo in veranda, sento l’aria fresca in faccia, scrivo sul mio diario la storia di oggi.
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